Il monopolio dell’Ovest

Da quando la Russia ha invaso l’Ucraina, gli sforzi compiuti dal Cremlino per imporre un maggior controllo sulla sfera digitale si sono intensificati. In questo senso, la guerra ha portato a compimento anni di progressivo assottigliamento della libertà individuale e di progressiva crescita della censura. Non è un caso che in poche settimane la Russia sia riuscita ad infilare una dietro l’altra una serie di riforme che hanno tentato di ridimensionare internet.

Prima il divieto di chiamare la guerra col nome di guerra, poi una legge sulle fake news che prevede fino a 15 anni di carcere per chi diffonde notizie non approvate dal governo e infine la ciliegina sulla torta: il vecchio piano di una piena sovranità digitale rispolverato a dovere per l’occasione.

Splinternet 

È così che si è tornati a parlare di splinternet in salsa russa, ossia del progetto di prendere il grande amalgama della comunità digitale e atomizzarla in mille micro-realtà locali o regionali, ognuna con regole e abitudini proprie.

Per attuarlo fino in fondo, Mosca avrebbe bisogno anzitutto di estromettere dal mercato aziende come Google e Meta (Facebook, WhatsApp e Instagram) sostituendole con aziende russe, e in seconda battuta dovrebbe usare software, antivirus e strumenti vari solo di matrice russa. Servirebbe infine uno sforzo internazionale, premendo per il proprio candidato alla presidenza dell’ International telecommunication union, come raccontavamo alcune settimane fa proprio su questa newsletter.

Il problema è che questo enorme piano verso una nuova stagione di internet in realtà sta fallendo miseramente.

L’idea di uno splinternet (russo o no poco conta) ignora però un punto cruciale: internet in realtà è semplicemente un’infrastruttura, e quell’infrastruttura è di proprietà occidentale. Americana, perlopiù. E quindi, come ha raccontato anche Politicoi principali organi di informazione vicini al Cremlino, tra cui Russia TodaySputnik e Ruptly, hanno visto molto ridimensionata la loro capacità di raggiungere un pubblico vasto dal momento che collaborano con aziende come Google e Apple.

Senza una reale collaborazione da parte di queste aziende, l’informazione russa non riesce a targetizzare a dovere il proprio pubblico né a massimizzare la portata dei propri messaggi. 

Il caso Yandex

Il caso più interessante è quello di Yandex, colosso russo che offre molti servizi tra cui quelli di motore di ricerca e portale web. Yandex si è trovata a poter riempire un grande vuoto lasciato all’interno della Russia dalla progressiva dipartita dei principali competitor statunitensi. Ma al di fuori dei confini russi Yandex non riesce a raggiungere molte persone, dal momento che si tratta di un servizio pensato sostanzialmente per russofoni

La progressiva implosione dello splinternet russo dimostra in sostanza che ad oggi non è possibile pensare seriamente a una sovranità digitale, e men che meno è possibile se non si è gli Stati Uniti. Del resto l’infrastruttura internettiana di oggi assomiglia molto a un monopolio dell’ovest e soprattutto a trazione statunitense. Niente che non possa cambiare in futuro, ovviamente. Ma per ora l’illusione di aver creato una sfera digitale in cui tra i vari paesi vige un’interdipendenza strategica sembra ancora poter restare in piedi.

Il monopolio dell’ovest esiste e la Russia dovrà tenerlo in considerazione.

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Fonti

  • Gabriele Cruciata, nella rubrica Wired “WAR”

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